Era una notte del 2016. Il cupolone dell'Osservatorio Polifunzionale del Chianti era aperto sul buio, un occhio meccanico puntato verso la costellazione della Volpetta. Il ronzio dei motori di inseguimento del telescopio Marcon era l'unico suono a rompere il silenzio delle colline toscane.
Stavo puntando una stella invisibile a occhio nudo: HD 189733. Ma non stavo cercando di guardare la stella. E, a dirla tutta, non stavo nemmeno cercando di vedere il pianeta che le orbitava attorno. Nessun telescopio ottico terrestre, per quanto potente, può risolvere l'immagine diretta di un mondo così lontano e annegato nella luce del suo sole.
Stavo cercando la sua ombra.
1. La Caccia all'Invisibile
In astrofisica, quando non puoi vedere l'oggetto, devi cercare le tracce che lascia sull'ambiente circostante. La tecnica si chiama fotometria di transito. Il concetto è di una semplicità disarmante: se un pianeta passa davanti alla sua stella lungo la nostra linea di vista, la luminosità della stella deve calare. Di poco. Pochissimo.
Nel caso di HD 189733 b, un gigante gassoso classificato come "Gioviano Caldo", ci aspettavamo un calo di luminosità di circa il 2%. Per un sensore CCD, catturare quella variazione significa contare i fotoni uno ad uno, distinguendo il segnale dal rumore di fondo, dalla turbolenza atmosferica, dall'imperfezione elettronica. È un atto di fede nella statistica.
Per ore, il monitor mi ha restituito solo numeri. Colonne di dati grezzi che scorrevano. Un grafico piatto, noioso, costante. La scienza sperimentale è fatta per il 90% di attesa e per il 10% di adrenalina.
2. La Vertigine del Grafico
Poi, è successo. Sul monitor, la curva di luce ha iniziato a flettersi. Non un errore, non una nuvola di passaggio. Una discesa lenta, costante, geometrica. Una "V" perfetta scavata nel flusso dei dati.
In quel momento preciso, guardando quella linea scendere pixel dopo pixel, ho sentito quella vertigine di cui parliamo spesso su Ipermateria.
Quel calo non era un numero. Era la prova fisica che lì, a 63 anni luce da noi, un corpo celeste grande quanto Giove stava fisicamente passando davanti al suo astro. Stavo osservando indirettamente un mondo infernale. Grazie a studi spettroscopici successivi, sappiamo che su HD 189733 b il vento soffia a 7.000 km/h e piove vetro fuso in un'atmosfera di silicato. Un luogo di una violenza inaudita.
Eppure, sul mio schermo, tutto quel caos era ridotto a una silenziosa, elegante curva matematica.
3. Toccare la Realtà con la Matematica
Questa esperienza ci porta al cuore del problema filosofico della scienza moderna. Noi non tocchiamo mai la "cosa in sé". Kant sosteneva che non possiamo conoscere il noumeno (l'essenza dell'oggetto), ma solo il fenomeno (come ci appare). Nell'era dei big data e dell'astrofisica, questa distanza sembra aumentata. Non usiamo più i nostri occhi; usiamo sensori, algoritmi, grafici.
Siamo tentati di pensare che questo ci allontani dalla realtà. Che vedere un grafico non sia emozionante come vedere una foto. Ma ci sbagliamo.
Quella curva di luce è più reale di una fotografia. Una foto può essere ingannevole, soggetta a interpretazione. Quel calo del 2% è la firma gravitazionale e ottica inequivocabile dell'esistenza. È qui che l'astrofisica sfuma nella metafisica. La scienza diventa un ponte che ci permette di "toccare" ciò che è irraggiungibile. La matematica non è un'astrazione: è il senso tattile che abbiamo sviluppato per percepire l'universo oltre i limiti della nostra biologia.
Conclusione: Soli, ma Connessi
Quella notte all'osservatorio, mentre il transito finiva e la curva di luce risaliva al suo livello normale, ho sentito una strana forma di connessione. Siamo separati da 63 anni luce di vuoto gelido. Non cammineremo mai sotto la pioggia di vetro di quel mondo. Probabilmente siamo gli unici esseri coscienti che abbiano mai posato lo sguardo (anche se indiretto) su quel sistema solare.
Eppure, le leggi della fisica che governano quel transito sono le stesse che governano la luce che colpisce la mia retina. La struttura che sostiene quel pianeta è la stessa che sostiene noi. Forse è questo il "Sacro" laico di cui andiamo in cerca. Non la presenza di un dio che ci guarda, ma la consapevolezza che, attraverso il codice della realtà, possiamo estendere la nostra mente fino a toccare un gigante invisibile nel buio.
Quel grafico sul mio monitor non era solo un file CSV. Era la testimonianza che non siamo soli nel meccanismo, anche se forse, nel vasto silenzio interstellare, siamo soli nella capacità di comprenderlo.